Visita guidata alla mostra di Beato Angelico
29-11-2025 - I nostri eventi
Sab
29
Nov 2025
orario: 11
dove: Firenze, Palazzo Strozzi
BEATO ANGELICO
Beato Angelico e la mostra imperdibile a Palazzo Strozzi e a San Marco
“Frate Giovanni Angelico da Fiesole, il quale fu al secolo chiamato Guido, essendo non meno stato eccellente pittore e miniatore che ottimo religioso, merita per l’una e per l’altra cagione che di lui sia fatta onoratissima memoria. Costui, se bene arebbe potuto commodissimamente stare al secolo, et oltre quello che aveva, guadagnarsi ciò che avesse voluto con quell’arti che ancor giovinetto benissimo fare sapeva, volle nondimeno, per sua sodisfazione e quiete, essendo di natura posato e buono, e per salvare l’anima sua principalmente, farsi relligioso dell’Ordine de’ frati predicatori; perciò che se bene in tutti gli stati si può servire a Dio, ad alcuni nondimeno pare di poter meglio salvarsi ne’ monasterii che al secolo.” (Giorgio Vasari)
Con queste parole il Vasari inizia a parlare nelle sue “Vite de’ più eccellenti pittori …” del Beato Angelico e in effetti quanto dice a proposito della sua religiosità è talmente vero che non solo si può definire “Beato” di nome, ma anche “di fatto e di diritto”, perché proprio il pontefice Giovanni Paolo II lo ha formalmente beatificato il 3 ottobre 1982.
Anche il termine "Angelico" è davvero appropriato per identificare questo artista dedito all’arte, ma anche a una religiosità consapevole e mistica. Le sue opere sono piene di soavità e dolcezza, che derivano solo dalla sua particolare predisposizione d’animo, verso il mondo e il creato, che lui avvolge in un contesto personale mistico e contemplativo. Lui però è anche un abile pittore, che si è formato nell’ambito di un’arte “antica” medievale, ma che ha saputo immediatamente aggiornarsi nel recepire le nuove istanze del rinascimento, provenienti da Masaccio, da Brunelleschi, dai Della Robbia.
E allora è proprio lui che riesce a fare la sintesi definitiva tra i nuovi valori rinascimentali della prospettiva e dell’umanesimo, con gli imprescindibili valori “antichi” della centralità dell’arte in ambito didattico e didascalico, insieme alla riaffermazione della simbologia mistica dei colori e della particolare luminosità che pervade la sua pittura. Fu un uomo buono, un frate irreprensibile,
un religioso convinto, ma soprattutto un grande e abile artista, che operò sempre con onestà intellettuale e a cui mai interessarono né onori, né ricchezze. È proprio Giorgio Vasari, che, con grande ammirazione personale, ci racconta tutto questo: "Se avesse voluto, avrebbe potuto vivere nel mondo in modo molto agiato e diventare ricco grazie alla sua arte, poiché fin da giovane era già un maestro. Invece, essendo devoto di natura, scelse di entrare nell'ordine domenicano"…"Essendo non meno stato eccellente pittore e miniatore che ottimo religioso, merita per l'una e per l'altra cagione che di lui sia fatta onoratissima memoria".
E poi sempre lui, Vasari si attarda a descrivercelo mentre dipinge: "Avea per costume non ritoccare né raccorciare mai alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per credere che così fusse la volontà di Dio". Dice che dipingeva in ginocchio e mentre dipingeva pregava e si commuoveva ogni volta che doveva dipingere la crocifissione di Cristo.
Come frate, nell’ambito dell’ordine domenicano ebbe anche incarichi di grande responsabilità e fu chiamato, come priore a dirigere il convento di Fiesole; condusse a termine con impegno anche tutti questi compiti, ma con modestia e sobrietà, evitando sempre scontri, pur non facendo mai concessioni nei confronti della “regola”.
E neppure l’arte passò mai avanti alla sua vocazione e anzi era solito dire che a maggior ragione: "chi fa cose di Cristo, con Cristo deve star sempre". E infatti fu talmente sempre aderente a questi suoi principi che mai volle dipingere altri soggetti se non quelli funzionali alla devozione e alla religione.
Guido di Piero da ragazzo veniva chiamato da tutti “Guidolino”, a causa del suo fisico minuto. Secondo le fonti più accreditate nasce nel 1395 in una frazione di Vicchio in Mugello, dove è presente e potente la famiglia dei Medici. Già nel 1417 la sua presenza è documentata in Firenze, e le testimonianze scritte ce lo riportano artisticamente impegnato nell’ambiente d’oltrarno in collaborazione con Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina. Ai tempi non era ancora frate. Lo diventò nel 1420, quando si suppone che sia entrato come novizio tra i domenicani osservanti nel convento di Fiesole, dove si integrò disciplinatamente nell’ordine e assunse il nome di Fra Giovanni.
E qui a Fiesole, avviò una bottega che produceva pale d’altare non solo per la chiesa del suo convento, ma anche per altre del suo ordine e anche per altri committenti esterni, anche non religiosi.
Il “laboratorio” rimase a Fiesole almeno fino al 1440 e qui si produssero decine di opere ancora oggi ammirate nel loro splendore: sicuramente le tre tavole per gli altari della chiesa di San Domenico e poi dagli anni ’30 del quattrocento tutta una serie di “annunciazioni”
L'Annunciazione, in cui l'arcangelo Gabriele preannuncia alla Vergine Maria che sarebbe diventata la madre di Cristo, era un tema molto sentito nella pittura fiorentina. Il Beato Angelico consolidò, rinnovandola, questa tradizione, adottando disegni nuovi con la Vergine seduta in genere in un'aperta loggia colonnata e all'interno di un giardino recintato. In molte di queste annunciazioni appaiono anche le figure di Adamo ed Eva, a simboleggiare i primi peccatori, a redenzione dei quali Dio si è fatto uomo,
Tra il 1431 e il 1433 eseguì il Giudizio universale, un grande pannello destinato a decorare la cimasa di un seggio. Quest'opera, legata stilisticamente ai modi di Lorenzo Monaco, presenta una scansione dei piani che dimostra un precoce interesse per un'impostazione prospettica dello spazio. Agli stessi anni risale forse la grande Deposizione, dipinta per Palla Strozzi per la sagrestia di Santa Trinita: proprio Lorenzo Monaco aveva iniziato l’opera lasciandola incompiuta quando nel 1424 morì.
E proprio da questa deposizione inizia il percorso della grande mostra appena allestita e aperta a Palazzo Strozzi, che riguarda questo frate pittore. Una mostra che si snoda attraverso tutte le sale del piano nobile e, in ognuna delle quali, si affronta un periodo e/o un tema. In queste sale si incontrano “meraviglie che meravigliano”, perché, se mai fosse stato possibile, proprio la mostra ha aggiunto qualche cosa alle opere già conosciute del Beato Angelico.
Ha aggiunto perché ha riunito in un unico percorso la maggioranza quantitativa, ma soprattutto qualitativa della sua produzione, ma anche perché le opere sono state in gran parte restaurate e adesso sono particolarmente godibili e poi, e questa è un’altra meraviglia delle meraviglie, perché in mostra ci sono opere come per esempio la pala di San Marco, che nel 600 era stata smembrata e i vari pannelli adesso sono dispersi in diversi musei sparsi per il mondo. Ebbene questa pala, in questa mostra, attraverso prestiti, è stata ricostituita per diciassette diciottesimi (solo un piccolo frammento è rimasto a Chicago, perché troppo fragile per affrontare il viaggio). Si tratta quindi di una mostra imperdibile, perché quando chiuderà ogni pezzo riprenderà la via della dimora d’elezione.
E proprio la Pala di San Marco rappresenta l’opera simbolo del secondo periodo operativo del Beato Angelico, di quel periodo in cui il nostro frate pittore è impegnato a celebrare la religione cristiana all’interno del nuovo convento che Cosimo il Vecchio aveva appena fatto ristrutturare e ampliare da Michelozzo, per poi darlo in uso proprio ai frati osservanti di San Domenico. In questo convento il Beato Angelico stette e lavorò per almeno cinque anni, dal 1440 al 1445, affrescando con potenti pitture gli ambienti comunitari come il refettorio e la sala del capitolo, ma anche proponendo con piccoli e teneri affreschi, temi di meditazione all’interno delle singole celle.
Anche per questo questa mostra di Beato Angelico non termina affatto a Palazzo Strozzi, ma continua, imperdibile, anche nel museo/convento di San Marco.
PITINGHI
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